Sei la persona a cui tutti si rivolgono quando c’è un problema. Sul lavoro ti fai carico delle urgenze dei colleghi, in famiglia annulli i tuoi programmi per assecondare le esigenze altrui, e nelle relazioni eviti accuratamente qualsiasi discussione.

Dall’esterno, tutti ti definiscono “una persona dal cuore d’oro”, sempre disponibile e affidabile. Ma dall’interno, la realtà è ben diversa: sei costantemente stanco, silenziosamente frustrato e hai la sensazione strisciante che la tua vita sia un’agenda in cui c’è spazio per tutti, tranne che per te.

Se ti riconosci in questa descrizione, potresti essere intrappolato in quella che in psicologia viene definita iper-compiacenza (o people-pleasing). E la prima cosa clinica che devi sapere è questa: non lo fai perché sei “troppo buono”, lo fai perché il tuo sistema nervoso sta cercando di proteggerti.

Il mito della “persona troppo buona”

L’iper-compiacenza non è un tratto di personalità legato alla bontà, ma una strategia di sopravvivenza (spesso appresa nell’infanzia) basata sull’evitamento.

Chi soffre della sindrome del people-pleaser ha imparato ad associare il “No” a un pericolo imminente: il conflitto, il rifiuto, l’abbandono o la delusione dell’altro. Per evitare l’angoscia intollerabile che deriva da questi scenari, la mente mette in atto un meccanismo difensivo preventivo: assecondare le richieste dell’ambiente circostante, monitorando costantemente l’umore altrui per “sintonizzarsi” su ciò che ci si aspetta da lui.

L’anatomia del ciclo tossico: Compiacenza, Esaurimento, Risentimento

Vivere costantemente con il radar puntato sui bisogni degli altri ha un costo psicofisico devastante. Si innesca un ciclo clinico molto preciso:

  1. La Richiesta e l’Ansia: Qualcuno ti chiede un favore che non vuoi o non puoi fare. Immediatamente scatta l’ansia anticipatoria (“Se dico di no, si arrabbierà o penserà male di me”).
  2. La Compiacenza (Il Falso “Sì”): Cedi e accetti. Sul momento provi un sollievo immediato, perché hai disinnescato la minaccia del conflitto e ti senti “al sicuro”.
  3. L’Esaurimento e il Risentimento: Ti ritrovi a sottrarre tempo prezioso al tuo riposo per fare qualcosa che non volevi fare. Inizi a provare rabbia verso la persona che ti ha fatto la richiesta (anche se sei stato tu a dire di sì) e, soprattutto, verso te stesso.

Questo risentimento cronico, non espresso, si accumula nel tempo e si trasforma spesso in sintomi psicosomatici, stanchezza cronica e, nei casi più gravi, in un completo distacco emotivo (burnout).

Imparare a deludere gli altri (in modo sano) con la Psicoterapia

Uscire dalla trappola dell’iper-compiacenza non significa diventare egoisti o insensibili. Significa passare dall’essere guidati dalla paura all’essere guidati dalla scelta.

In Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC) si lavora attivamente su questi meccanismi. Il percorso clinico non prevede di insegnarti semplicemente a “dire di no”, ma punta a smantellare le credenze profonde che sorreggono questo comportamento:

Mettere dei sani confini significa dire: “Io tengo a te, ma tengo anche a me”. E a volte, per iniziare a dire davvero “Sì” alla propria vita, bisogna trovare il coraggio di tollerare il dispiacere altrui.

per saperne di più:

https://www.stateofmind.it/2024/02/people-pleasing

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